venerdì 19 aprile 2013

Strutture sismogenetiche in Sicilia occidentale [1]

Io e il terremoto: incoscienza della vita e della morte 


Eccomi! Questo sono io, spensierato scolaretto alla III elementare. Scuola Giovanni Bonanno, si legge sulla lavagna alle mie spalle, ed anche nella copertina portafoto. Quella fotografia è una delle poche che mi è rimasta tra ricordi d'infanzia. Sono passati meno di cinquant'anni, ma sembrano una eternità. Quel mondo adesso è completamente scomparso: tantissime persone non sono più in vita, e coloro stessi che lo sono, sono morti e rinati più volte, avendo più volte cambiato profondamente il loro quotidiano. Eccomi sorridente ed ingenuo, Vitale Francesco paolo, anno scolastico 1966/67. 
Sono tranquillo, sgrammaticato e pigro, ma tranquillo. In quel momento non so ancora che la mia modesta esistenza, che conduco con la mia famiglia in una malmessa periferia cittadina, sta per essere messa un po' a soqquadro da un terremoto. Noi palermitani, all'epoca figli del dopoguerra, in quel momento siamo già una massa privata di identità. Ci stiamo trasformando da contadini autosufficienti a futuri cittadini, impreparati a tutto.  Da queste parti, quel che accade è sempre frutto del destino, mai di una scelta tra varie possibilità. Nel '68 viviamo a margine di una città che dilaga per la speculazione, una valanga incontrollata di ferro e cemento che divora senza sosta gli antichi aranceti dei baroni. L'abbandono di antichi poteri ha lasciato un vuoto che è stato subito occupato in mille modi spontanei, del tutto privi di controllo. 
Si, un terremoto: abbastanza modesto per intensità  ma altamente disastroso negli effetti; accadrà poco più di un anno dopo, in piena notte del 14 gennaio del 1968, ad appena una settimana dalla fine delle vacanze di natale. Epicentro in valle del Belice, 80 km a sud di Palermo: un ampio bacino torrentizio che attraversa distese dolci e collinari fatte di argille, sabbie, ghiaie, prati, pascoli, arati, seminativi a grano, radi oliveti, mandorleti, qualche pineta rimboschita in cima alle vette calcaree...
Superato il primo spavento, con nostra immensa gioia, le lezioni verranno sospese per più di un mese, e in quel momento ci trasferiremo nella casa di campagna dei miei nonni. Sperimenterò lì tutta l'allegria prodotta dal vivere in una famiglia allargata. Durante il giorno, con una banda di cugini ed amichetti agguerriti, fuggiremo imboscandoci tra nespoli, ortiche ed agrumi; nessuno saprà dove andiamo, nessuno avrà il potere o la voglia di controllarci. Al più, torneremo a casa con qualche ginocchio sbucciato, un nuovo livido, o col taglietto nel dito dove si incollerà l'ennesimo cerotto, dopo la temuta disinfezione ad alcool (detto a quei tempi "spirito").

(foto: Francesco Vitale)
La periferia di Palermo verso la fine degli anni '70. Basse costruzioni ormai in decadenza, accerchiate da moderne palazzine a 7-12 piani,
dove molti sognano di trasferirsi.  Vassallo, uno degli impresari edilizi di maggior succeesso all'epoca, appena pochi anni prima faceva il venditore ambulante.
(foto: Francesco Vitale) 

Primi anni '80: uno dei tanti paesi del corleonese, a margine della Valle del Belice. Qui i contadini, i pochi che hanno deciso di restare, manterranno muli e cavalli ancora per molto tempo, Si alzeranno all'alba e andranno nel loro piccolo lotto da coltivare per la propria famiglia. Esattamente come accadeva prima del terremoto.
Pochi potranno permettersi di acquistare moderni mezzi agricoli o saranno così innovatori e caparbi, o così amici della Democrazia Cristiana -che domina incontrastata alla Regione Siciliana- da riuscire a percepire i contributi previsti e ad impiegarli a buon fine.


(foto: Francesco Vitale)
Palermo, Viale delle Scienze, 1982. Nei prati di periferia, tra i laboratori di un Dipartimento e l'altro della Facoltà di Ingegneria  c'è ancora posto per i carrettieri, che raccolgono le verze spontanee per rivenderle nei mercati popolari. Il vecchio ed il nuovo conviveranno per molti anni dopo il terremoto. 
Forse i tecnici avranno ben progettato i loro telai di calcestruzzo, ma la città nel suo complesso non è stata per nulla pensata e pianificata. Si parla già sacco edilizio e di quartieri dormitorio: se non altro i posti letto ci sono. Quelli che gli sfollati ebbero solo dopo molti anni.
(foto: Francesco Vitale)
S. Margherita Belice, 1982: la Chiesa-madre diruta dal terremoto del 68. Il patrimonio culturale fu in gran parte devastato,  restando definitivamente tale.

(foto: Francesco Vitale)
Il Paesaggio più tipico dell'entroterra Siciliano . Questa è la Valle del Belice come si presentava ai miei occhi nel 1981, quando iniziai a studiarne la geologia. Il paese sullo sfondo è Poggioreale, uno dei centri totalmente rilocalizzati dopo il disastro. L'antico centro si trova poco più a sinistra e verso l'alto, ma non è visibile essendo in parte mimetizzato dalla vegetazione e dal colore scuro dei ruderi. Le costruzioni di Poggioreale sono tutt'oggi in gran parte erette, ma totalmente inagibili per le gravissime lesioni: una sorta di villaggio fantasma a malapena transennato.
Sfollati per paura
Nella campagna dei nonni si gioca a tutte le ore, e si va a letto molto tardi. Le donne di casa si danno da fare, ma nessuno brontola. L'attenzione è attratta dalla paura, e la paura è il terremoto. Arriva spesso nei primi giorni, in qualsiasi inaspettato. Quando viene la scossa, i parenti si precipitano disordinatamente all'aperto, preceduti da noi piccole pesti, che siamo molto più veloci di loro. Poi finisce sempre con qualche risata liberatoria, e si torna in casa. È quella la ragione per cui ci siamo ammassati in due modeste stanze di pochi metri quadrati; siamo almeno in 4-5 famiglie, una cucina minuscola, ed un solo bagno. La casa, oltre che piccola, è fredda, umida e malridotta; i vestiti dei miei nonni, stipati in un vecchio armadio scuro, odorano di muffa, e la notte sentiamo i topi che ballano tra le tegole e il contro-soffitto di legno compensato. Molti zii, dal loro giaciglio steso sul pavimento, russano, starnutiscono e tossiscono, finché non arriva l'alba; e si lamentano nel sonno, non si sa se per l'angoscia o i disagi.  I neonati piagnucolano spesso. Il riscaldamento non sappiamo cosa sia, quindi non ci manca. I nonni si sono sempre scaldati con un braciere, che hanno cura di accendere a sera, dopo cena. Hanno sempre scaldato l'acqua per lavarsi un una pentola sui fornelli. Ma tutto questo non importa, per noi bambini invece è una festa, siamo ancora nella fase di incoscienza totale. 
Mentre sono lì ricordo l'ultimo giorno prima della chiusura delle scuole. Dalle cronache risulta essere stato il 25 gennaio del 68. Mentre siano seduti, vediamo gli occhi della maestra spalancarsi, sento tutto sobbalzare e scricchiolare intorno a me. Le maestre si consultano e decidono sul momento di lasciarci andare a casa. Mi prende lo stesso terrore che vedo negli altri, e scappo, corro, corro verso casa, come fanno tutti. Sembra la scena di un bombardamento della guerra mondiale. Non guardiamo dove andiamo, neppure mentre attraversiamo la strada. Le auto sono poche, ma vanno veloci e i conducenti sono atterriti come noi.
Le case non sono sicure? È più sicuro stare al chiuso o all'aperto? Noi non lo sappiamo, non ci rendiamo conto, crediamo a tutto quel che ci viene detto di volta in volta. Ci muoviamo in modo istintivo. E tutte le raccomandazioni che ci vengono fatte, e che noi seguiamo scrupolosamente, provengono da dicerie, dalle contraddizioni del pensato comune, dalla "saggezza" popolare, spesso assai poco saggia e molto più credulona.

Fortune nella sfortuna
Rispetto a tanti altri, che vivono in modeste case (o baracche) auto-costruite coi mattoni di "tufo" giallo, e le coperture di Eternit appesantite solo da blocchi di rifiuto, io vivo con la mia famiglia al settimo piano di una palazzina moderna che, si dice, è molto sicura. Le strutture in ferro e cemento non possono crollare, né lesionarsi, pensiamo. Infatti, la palazzina si lesiona, eccome; in alcuni muri esterni compaiono crepe che prima non c'erano. Però regge.

Il terremoto dura da tanti giorni, le scosse continuano e fanno sempre meno paura. Sappiamo di essere abbastanza lontani dall'epicentro, ad 80 chilometri da noi. Sappiamo che si trova in Valle del Belice, un posto dove non sono mai stato. Non so ancora che un giorno, dopo più di vent'anni da quei giorni, da geologo arriverò a conoscerlo come le mie tasche, e mi sembrerà, presuntuosamente, che non ha più segreti per me. Non so ancora che un professore dell'università, che scrive un articolo un po' banale su un libro che mi capiterà tra le mani, sarà mio insegnante all'Istituto di Geologia di Palermo. Conoscerò anche sismologi e geofisici, e loro mi insegneranno tutto quel che si conosce sui terremoti.

Mentre le scosse continuano, la nostra percezione del vero disastro che altrove accade, è vaga. Non abbiamo visto né crolli, né morti né feriti. E non abbiamo sofferto la fame e la sete. Solo freddo e disagi da soprannumero.
Non abbiamo mai dormito all'aperto sotto una tenda improvvisata, non siamo stati vicini alle macerie di casa nostra mentre ancora i ruderi seppelliscono qualche familiare. E non abbiamo avuto la percezione di essere stati abbandonati al nostro destino, tra colline di argilla che sembrano non aver fine. Noi non sentiamo il silenzio ed i lontani belati delle greggi. Noi ascoltiamo il rombo delle auto; tra un semaforo e l'altro, le vediamo sfrecciare agli incroci, un palcoscenico che ci sembrano ricco e popolate da gente allegra. In realtà è panico collettivo da ignoranza di massa.

Un giorno saprò tutto sul terremoto
Dopo una quarantina di giorni, torneremo a scuola. La Maestra ci dirà che è arrivato un libro nuovo, che sfoglieremo insieme, e che ci racconterà cosa è successo. Ma per averlo, dovremo comperarlo. Io sono felice, desidero tanto averlo; convincerò la mia mamma. Finalmente riesco ad averlo ma, nel vedere quelle foto, non riesco a rendermi conto: non so cosa sia la disperazione, la morte, la fame, la perdita dei legami familiari, l'emigrazione. Anche dopo averlo sfogliato tutto, tutto ciò rimarrà lontano. Le fotografie, nere e luttuose, e gli articoli a stampa che parlano dei numerosi paesi distrutti saranno per me l'unica materializzazione delle leggende che si raccontano su questo terremoto.
Particolarmente questi casi, la stampa e l'editoria sono pieni di retorica. A distanza di 45 anni si parla di questo terremoto ancora con tanta enfasi, tanti bei paroloni che vogliono solo ravvivare l'umana emozione, ponendo l'accento su ciò che conviene dare in pasto alla pubblica opinione. Nessuno però, o pochissimi, sono propensi a descrivere quegli accadimenti e a pronunciare quelle cifre essenziali per descrivere le conseguenze del disastro in modo asciutto. Il disastro non fu naturale, ma una calamità in grado di esasperare una secolare sofferenza sociale. Approfondirò l'argomento nei due successivi post.
I giornali intanto stressano storie di vita stroncate dal sisma; come quella di "Cudduredda" una bimba che sembrava salvata a stento dalle macerie dopo tre giorni, interminabili, di seppellimento. Ne parlerà il mondo intero dell'epoca; noi ragazzini la ripeteremo tante volte a memoria, a tutti. Ma non potremo comprendere cosa significa, non abbiamo guardato la morte negli occhi.
Il libro rievoca una toccante vicenda illustrata da due foto, di cui questa è solo la prima. Nella seconda si vede la bimba non più in vita, di fronte al dolore sordo -ma contenuto con grande dignità- dalla madre.
Erano anni nei quali la stampa era abituata a mettere in piazza -senza regole- l'intimità delle persone. In altre pagine si vedono cadaveri e resti sotto le macerie, o ammassate nei cimiteri. Trattare l'angoscia con l'evidenziatore non è certo una operazione significativa, dal punto di vista umano. Serve solo ad accrescere la sensazione -molto meridionale in verità- che vita, dolore e disperazione siano aspetti intimamente ed inevitabilmente connessi alla condizione umana.

(foto: Francesco Vitale)
Maggio 2009. Terremoto in Abruzzo, Campo Tende a Calascio coordinato
dalla Provincia di Torino
Adesso, anno 2013, lavoro in Protezione Civile da oltre dieci anni; da 5 vivo in una città del nord dove tutto sembra esemplare da questo punto di vista. Anche questo nel 1966 non lo sapevo ancora. Proprio come, nel 2013, i cittadini di Torino e provincia non sanno ancora quali siano certe condizioni di vita di altri loro connazionali. So per certo che non c'è un rifiuto da parte loro, ma solo un vuoto di coscienza e conoscenza. Per un Piemontese è inimmaginabile ciò che per un palermitano, o trapanese o agrigentino, invece può essere normale.
Paradossalmente, il terremoto del '68 in Sicilia aveva solo sviscerato la "questione meridionale", affondando la lama in un ventre già da lungo tempo sofferente. Molti guardarono quest'ultima ferita con orrore, ma pochi hanno voluto esaminare lo stato di salute degli organi espiantati, senza comprendere. La politica corrotta ed il malaffare hanno fatto il resto, presentandosi travestiti da becchini nel momento in cui c'era da portar via un cadavere: e solo per farsi pagare un conto che non gli spettava.
Da un confronto col mondo attuale, che ho constatato di presenza come tecnico ai terremoti dell'Aquila e dell'Emilia, e dopo aver visto l'estrema organizzazione dei campi profughi, comprendo bene quali passi da gigante siano stati fatti, in questo arco di tempo dalla protezione civile nazionale, nella gestione delle calamità. E quanti "errori" sono stati fatti invece nella gestione dell'emergenza del terremoto del 1968. Fu solo una questione di epoche diverse? Cercherò risposte in due successivi articoli, in preparazione.
(foto: Francesco Vitale)
2005,  Frana da Crollo in un piccolo centro montano  della Provincia di Palermo.
I crolli di roccia sono attivati sia da fenomeni meteorologici intensi che da scosse
sismiche anche di modesta intensità. Nel caso illustrato, per pura fortuna,
non vi furono danni a persone.
Sta di fatto che molto grande è tutt'oggi l'impotenza del genere umano di fronte al pericolo costituito da frane e terremoti. Un pericolo che esaminato su grandi aree e su tempi lunghi diviene una certezza, sia pure spesso imprevedibile. È un rischio che mette in gioco la vita e l'incolumità di ognuno principalmente a causa delle condizioni di vita che noi stessi abbiamo progettato e realizzato.
Tanto tempo fa, era dio che mandava le calamità per sua volontà di punizione. Oggi le cause del sisma sono considerate in modo assai diverso: scientifico, sociale, economico, eccetera. Tuttavia, al di là delle false sicurezze che possono derivare da queste tranquillizzanti conoscenze, le potenziali vittime non riusciranno a difendersi, se non per leccarsi le ferite, all'indomani del suo manifestarsi.

Ed è per questo che val la pena di parlare della percezione sociale del terremoto, rifuitando al contempo sia il pianto che la consolazione. Forse questo pensiero rafforzato non ci farà sentire impreparati, quando il terremoto tornerà. Perchè noi sappiamo che tornerà. Tormenterà ancora l'Italia un po' ovunque, perfino i suoi mari e le sue isole.
L'unica cosa che continuiamo a non saper fare è prevedere il quando e il dove, con esattezza.
Potremmo però adottare delle misure organizzative e sociali (come se) il terremoto potesse manifestarsi domani stesso. O no?
(continua)

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