mercoledì 24 aprile 2013

Strutture sismogenetiche in Sicilia occidentale [2]

Il Terremoto in Sicilia Occidentale del 1968

SI PUÒ RIDERE SULLA VICENDA DEL BELICE?

La zona del Belice risulta poco attiva dal punto di vista sismico, come lo era prima del 1968. Tuttavia mostra evidenza di importanti strutture sismogenetiche nel sottosuolo, di cui traterò nei prossimi post. Ciò può farci aprire gli occhi sui criteri di giudizio adottati da molti geofisici italiani sulla valenza statistica degli eventi sismici nella classificazone di pericolosità del territorio.
Nel 2012 si è registrata una scossa di M=3, avvertita da molte persone nei comuni limitrofi.
Oggi però intendo cominciare a stressare un concetto secondo il quale esistono insiti nel teritorio fattori NON NATURALI di pericolosità, vulnerabilità e rischio: fattori che di solito non vengono considerati a scopi di pianificazione di protezione civile. Quasi come se le aree del Paese fossero tra loro equivalenti nella propria capacità resiliente nei confonti delle calamità. Il terremoto del Belice ebbe all'incirca pari magnitudo di quello dell'Emilia dello scorso anno. Ma l'impatto fu ben diverso, e non soltanto perchè la protezione civile italiana non esisteva ancora.

Vulnerabilità socio-economica

Nel prossimo post, inserirò il testo integrale di un rapporto stilato da due professori americani, che si recarono sui luoghi nei giorni seguenti al disastro del Belice.
Considerata l'epoca dei fatti, accaduti in piena guerra fredda ed in un'area geograficamente in attenzione per motivi strategici come la Sicilia, è probabile che i due docenti fossero anche degli osservatori governativi degli USA, inviati in veste borghese in modo da non farsi troppo notare, e raggiungere più facilmente i luoghi più interessanti, come le sedi politiche, delle comunicazioni, i gangli logistici e i centri decisionali a vario livello. Studiare l'evoluzione socio-economica dell'area nel frattempo avvenuta dalla fine della seconda guerra mondiale. Dal rapporto emerge un quadro estremamente interessante per chi oggi volesse occuparsi dei terremoti e delle loro possibili conseguenze nel territorio, anche con uno sguardo al passato.
Da studioso della tettonica e della geologia dell'area, ho personalmente compreso che non si può valutare l'impatto dei terremoti se non si analizzano per bene anche i dettagli del tessuto umano che è all'origine di quello strutturale ed infrastrutturale caratteristico dei beni esposti.
Paradossalmente, nelle attuali condizioni di crisi economica, o in quelle prevedibilmente peggiorative che ci attendono, in futuro si dovrà valutare se conviene davvero la ricostruzione di una zona depressa, o realizzare lì ciò che non vi è mai stato, piuttosto che allontanare i sopravvisuti e trapiantarli altrove. Ciò, in parte, accadde spontaneamente all'epoca dei fatti, e l'emigrazione in massa (si parla di 20-25.000 persone) fu addirittura agevolata dalle prefetture, evidentemente sotto la tacita spinta direttiva del governo.

Il ruolo storico delle mafie nel tessuto rurale

Per arricchire il quadro, bisogna anche dare uno sguardo indietro nel tempo.
Va ricodato che, dall'epoca dello sbarco alleato a Gela precedente la liberazione del Paese dal nazifascismo, gli USA avevano già trattato con le componenti mafiose radicate in Sicilia, contatandole attraverso le organizzazioni criminali italo-americane (v. Lucky Luciano). L presenza mafiosa sull'Isola, evidentemente, erastate strategicamente ben valutata ai fini del mantenimento del controllo del territorio nel dopo guerra, mantenimento regolarmente verificatosi quasi ovunque nell'Isola fino ai giorni nostri.
Questo antecedente storico spiega in massima parte il predominio assoluto e capillare della mafie rurali in tutta l'area per un periodo così lungo. Le mafie erano, in altri termini, una porzione consistente dell'impalcatura strutturale della società locale. Una presenza non soltanto criminale ma classista e che, di fatto, impedisce o ritarda il moderna sviluppo del territorio. Una incrostazione che si rivelerà persistente ed ineliminabile, con una presenza armata che si rafforzerà passando attraverso fatti e misfatti come la Strage di Portella della Ginestra del 1947, come l'uccisione di tantissimi politici, intellettuali e sindacalisti viventi ed operanti nel dopoguerra nella Sicilia dell'interno. Queste persone, a dir poco coraggiose, avevano la sfortunata caratteristica di possedere una visione moderna dello Stato sociale, la quale non stava bene al potere che secolarmente aveva dominato quelle terre. Oggi vengono esaltati retoricamente solo come martiri ed eroi che credevano nella giustizia e negli ideali puri. Tuttavia, furono cancellati, perfino dalla memoria. Per cominciare a capirci qualcosa, può essere utile assistere al film "Placido Rizzotto" di Pasquale Scimeca (2000), prestando particolare attenzione ai momenti conclusivi.
Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso nel 1948 nel Corleonese, un  paese che dista una quarantina di chilometri dall'epicentro del terremoto. Dire che Rizzotto sia stato ucciso dalla mafia è come dire che sia deceduto per causa di alcuni proiettili piuttosto che di qualche altra ferita. Può sembrare incredibile, ma sembra che i resti del suo cadavere siano stati ritrovati solo lo scorso anno. Anche questo non è strano, per queste terre così strane.

Il contenuto del Rapporto Haas-Ayre

Il Terremoto del '68 cade a poco più di vent'anni dalla fine del conflitto, in un momento in cui può essere interessante monitorare, da parte degli USA, cosa stia accadendo sul piano sociale ed economico in seguito ad un impatto naturale, nelle terre da essi prima conquistate. L'interrogativo degli strateghi può essere: verrà l'area "destabilizzata"?
I due osservatori registrano seccamente tutte le incongruenze organizzative della macchina dei soccorsi, e la mollezza dei governi di vario livello, dal locale al nazionale. Un Governo Italiano che nelle ore immediatamente successive al disastro rifiuta perfino l'arrivo degli aiuti internazionali, con la scusa che il Paese non ne ha bisogno. Gli inviati statunitensi evidenziano anche i presupposti socio-economici del disastro, cioè i veri amplificatori di un sisma la cui magnitudo non era poi così alta da giustificare un così grave danno. Criticano i provvedimenti normativi che vengono arati per far fronte all'emergenza. Ancora, descrivono con lucidità ciò di cui si parla poco, come l'assenteismo nella pubblica amministrazione locale, o le spropositate e sconsiderate scene di panico collettivo avvenute nelle città maggiori. Disordini significativi, dei quali la polizia municipale di Palermo poco si preoccupa o che non riesce minimamente a fronteggiare.
Parliamo perciò di aree nelle quali l'unica forma di controllo fisico può essere realizzata solo con le armi. E questo è un dato interessante dal punto di vista militare. Dal punto di vista sociale invece, la verità è che il terremoto sta per rivelarsi come una spallata decisiva ad una zona depressa, nella quale si poteva solo cercare di sopravvivere già ben prima del terremoto.
Probabilmente l'analisi dei due studiosi è anche una previsione a caldo di ciò che sta per accadere nelle fasi successive: quelle del superamento dell'emergenza e della faticosa ricostruzione. Periodi che si trascineranno languidamente per decenni. Si parla -e si parlerà- fino ai giorni nostri di speculazioni, di sprechi, di sparizione di ingenti somme di denaro pubblico, eccetera.
Tutte cose innegabili; tuttavia -suonando già all'epoca come la cronaca di una morte annunciata- nessuno reagirà più di tanto. Neppure i residenti che, ad alcuni mesi dal terremoto, si renderanno presto conto che comunque del denaro circola molto più di prima; che girano promesse di avere una casa che prima non potevano permettersi; e che, in fin dei conti, nelle baraccopoli non si paga nè affitto, nè energia, nè gas, nè tasse.
Mai vista una "pacchia" simile in una zona dimenticata da dio e dagli uomini. Luoghi dove è difficile perfino arrivare, a causa del pessimo stato, o della mancanza, di vie di comunicazione.
Forse è cinico quel che dico, ma credo non sia molto lontano dalla realtà.

Ridere del Belice

Ogni tanto qualche politico nostalgico dei nostri giorni sogna ancora di poter mettere le mani su ulteriori fondi per la ricostruzione storpiata dal malgoverno. Su quei fondi che (sembra) non siano mai stati assegnati anche se potevano esserlo. Patetiche ma furbe, tali pubbliche esternazioni dei nuovi golosoni.
Forse la migliore risposta l'ha data il comico napoletano Massimo Troisi: date un'occhiata al video, saltando il primo minuto di scena muta che forse è un po' troppo lunga...


Grande Troisi. Ci fa riflettere sul fatto che il nostro governo, dal dopo guerra ad oggi, ci ha costantemente preso in giro: ha pubblicamente dichiarato perfino in TV le sue malefatte, quasi colpevolizzando i telespettatori. Cioè rigettando ai cittadini il peso di un peccato originale collettivo. In tal modo, non si potè parlare nè di occultismo nè di inefficienza. La macchina mangiasoldi sapeva bene ciò che faceva, e una certa parte delle risorse era ampiamente e capillarmente distribuita, forse con ottimi risvolti ai fini elettorali ma anche a quelli dello spreco, cioè la quota-parte più golosa.
Ricordo una scena che mia madre mi raccontava sempre sull'arrivo trionfale delle Forze Alleate nelle pubbliche vie della Sicilia: cioè la distribuzione a pioggia, sulla folla festante, di cioccolato e dolciumi: tutta roba che la fame della guerra aveva cancellato dalla memoria corporea, ma non dai desideri. Un "regalo" che aveva una forte carica allusiva.
Nel 1968, a vent'anni di distanza da quei giorni, evidentemente serviva qualcos'altro. Tuttavia, la gente del Belice era ancora abituata a sopravvivere in pessime case, in pessimi centri abitati, con pessime infrastrutture. Era ancora abituata alla assenza delle istituzioni e dei relativi servizi essenziali. Era ancora abituata al servilismo nei confronti di chi ha il potere, non conoscendo nulla dell'esistenza dei diritti del cittadino. Ma sapendo molto bene che, se parlavi, potevi finire ammazzato. Dopo il terremoto, la gente inscena qualche protesta di piazza solo per strappare qualcosina, e ne è cosciente. Gli osservatori americani se ne accorgono e si soprendono come mai i carabinieri non intervengono, stando a guardarli mentre costruiscono qualche barricata coi rottami e le macerie. I carabinieri sanno che mancano l'acqua ed i servizi igienici adeguati. Come ne sono coscienti coloro che li "governano", sapendo bene quantificare il minimo che basta per placare di giorno in giorno l'ira di un disagio transitorio. Una presenza che illuminerà quei giorni del Belice, in termini di coscienza e di speranza, sarà quella del sociologo tristino Danilo Dolci, una figura di altissimo valore per l'epoca, eppure assai poco conosciuta, forse a causa della propria ispirazione nonviolenta.
La morte o le ferite, invece, resteranno ancora per molto tempo nell'inconscio collettivo come appannaggio dell'ira divina e di chi si adopera per la redenzione dei peccati, originali o meno.

Un terremoto d'arte

Alla ricostruzione del Belice non mancherà certamente l'originalità: quella degli artisti e dei moderni mecenati, per esempio.

Gibellina Vecchia (TP) - Il Cretto, immensa opera in cemento progettata da Alberto Burri, e finanziata dall' ex-Banco di Sicilia
Il mitico "Cretto" di Alberto Burri doveva essere, nella mente del creatore e dei finanziatori, un'opera che congelava per sempre nella memoria -e in un mare di cemento- un'intera collina: quella dove sorgeva l'originario impianto urbanistico di Gibellina, uno dei tanti Comuni rasi al suolo dal sisma. Forse bisognava chiedersi se gli ex-abitanti e sopravvissuti avessero davvero voglia di ricordare cosa c'era prima. Un qualcosa certamente di molto diverso dal patetico acquerello rurale che i giornali dell'epoca volevano trasmettere, quando pubblicavano le storie di vita spezzate sotto i crolli e l' ambientazione bucolica del paesaggio in cui essi dovevano aver vissuto. Come ci si doveva chiedere se i terremotati disponessero tutto ciò di cui avevano veramente bisogno prima di spendere così tanti soldi, in quella ed in altre opere discutibili da tanti punti di vista.

Ma si sa, nella mente di molti professionisti, di molti artisti, di molti finanziatori, di molti impresari, e di molti politici loro amici, l'attenzione sulle sorti degli esseri umani realmente viventi non occupa un posto di prim'ordine. Tutt'altro.

(continua)